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sabato, 10 novembre 2007

"QUEI MALEDETTI ZINGARI..."



- è una lettera molto lunga, ma credo ne valga la pena di arrivare fino in fondo per capire le contraddizioni che la "questione zingari" si sta trascinando dietro... -



Al Sindaco di Roma, Walter Veltroni



e, p.c.

all'Assessore alla Sicurezza del Comune di Roma, Jean Léonard Touadi

al Presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo

all'E.R.R.C. – European Roma Rights Center, Budapest

alla Sig. Dimitrina Petrova, Equal Rights Trust, London



Roma, 3 novembre 2007



Egregio Sig. Veltroni

come cittadino che vive e lavora a Roma da oltre vent'anni, mi sento in dovere di richiamare la Sua attenzione su alcuni comportamenti dei funzionari dell'Amministrazione che sono tali da compromettere il rapporto fra cittadini e istituzioni.



Martedì scorso, 30 ottobre, mi trovavo al campo rom di via dei Gordiani. Pareva una mattina come le altre; poi è giunta una vettura dei vigili urbani, seguita da un'altra con la scritta “S.O.S. – Autocentri Balduina”. Ne sono scese due giovani operatrici sociali. Da loro abbiamo appreso che era in atto uno sgombero.

Le auto continuavano ad arrivare, una dopo l'altra. Hanno fatto la loro comparsa alcuni personaggi vestiti come rangers americani. L'atmosfera fra gli uomini del Comune – guardie municipali, funzionari in borghese - si è fatta effervescente. Cameratismo, pacche sulle spalle, risate e battute.

Le confesso, sig. Sindaco, di aver provato l'impressione di trovarmi sul set di un remake casereccio di qualche film di Hollywood. La divisa dei rangers è quella dei tiratori scelti che arrancano all'assalto di un grattacielo di Chicago, in una scena dei Blues brothers. Uno di loro ostentava una maglietta con la scritta: FBI Special New York City Department (Le allego via mail la foto, per Sua personale documentazione).

Osservavo incuriosito la scena, in silenzio. Ma i rangers hanno detto: chi non abita qui se ne deve andare.

In diversi anni di frequentazione del “campo”, non era mai accaduto. Si entrava e si circolava liberamente, come in qualsiasi angolo della città. Ma i rangers sostengono che quello non è un luogo come gli altri. Un tale, che dice di essere il capo, si è messo a gridare: “Questo è un luogo chiuso, un luogo chiuso... Portate la ruspa.”

Quell'individuo non l'avevo mai incontrato, ma lo riconoscerei fra mille. Ha gli occhi piatti, privi di espressione; lo guardi fisso, cerchi di agganciare il suo sguardo e non trovi nulla su cui fare presa. Nessun riflesso, nessuna sfumatura...

Il soggetto in questione dichiara di avere poteri speciali, conferitigli direttamente da Lei. E i vigili sembrano dargli retta, lo seguono come ultracorpi.



Un ragazzo mi ha mostrato un documento, consegnato dai vigili il giorno precedente. È firmato da un dirigente del Comune di Roma, tale dott. Alvaro.



“La S. V. non è stata in grado di rispettare le norme che regolano la civile convivenza tra gli ospiti del campo attrezzato di via dei Gordiani.

I comportamenti illeciti da Lei messi in atto escludono ogni possibilità di considerare altre soluzioni che non quella dell'allontanamento dal campo di tutto il suo nucleo familiare (...)

Pertanto Lei è invitata a lasciare immediatamente il campo liberando da persone e cose l'unità abitativa precedentemente assegnatole.”



“Ospiti”, non cittadini. Liberare il container “da persone e cose”. La punizione si abbatterà “su tutto il nucleo familiare”. Il documento del dott. Alvaro ci svela che il “principio” della responsabilità collettiva, alla base di tutte le rappresaglie fasciste, è l'assioma che ispira l'operato dei rangers.



Oltre agli altri poteri che Lei gli ha conferito, il capo dei rangers deve avere anche quello di intercettare i pensieri. Mentre ho tra le mani il documento del dott. Alvaro, si mette a urlare: “Voi non sapete nemmeno cosa sono i fascisti!”

Intravvedo la figura di Lazaro, uno degli anziani del campo. Nel 1941, a Kragujevac, la città da cui provengono i rom di via dei Gordiani, Lazaro era bambino. I nazisti lo misero di fronte a un plotone d'esecuzione, con la famiglia.

Furono trucidate migliaia di persone, quel giorno. Fra essi, tutti gli allievi di un liceo. Kragujevac è città martire, in Jugoslavia. Ma Lazaro non sa cosa sono i fascisti...

Tornando a noi, sig. Sindaco, converrà che la questione è controversa. Come potremmo denominare un processo nel quale, per una categoria di persone connotata “etnicamente”, le garanzie costituzionali vengono sospese e si definisce uno spazio al cui interno i giudizi della magistratura e l'esecuzione delle sentenze sono anticipati dalle gride del dott. Alvaro e dallo sbrigativo intervento dei rangers?



Mentre vengo sospinto fuori dal campo, incrocio la ruspa. Si dirige verso il container di Ghina.

Ghina non c'è, è in ospedale. Di ragioni per stare male, ne ha parecchie.

Signor Sindaco, Lei conosce la sua storia. O almeno dovrebbe.



Ghina è una non-cittadina (ossia: abitante senza diritti). È nata in Italia e cresciuta a Roma, dove ha vissuto e frequentato le scuole. Come accade a molti giovani rom, a 18 anni non le è stata riconosciuta la cittadinanza italiana. Per non rimanere in un limbo, per poter avere un documento di identità e un permesso di soggiorno, Ghina ha richiesto il passaporto del paese dei genitori, la Jugoslavia – un paese dove non aveva mai messo piede e del quale non parla la lingua.

In virtù delle normative sull'immigrazione attualmente in vigore (a partire dalla Turco-Napolitano del '98) per ottenere un permesso di soggiorno è richiesto un impiego regolare. Per Ghina, come per molti altri rom, adempiere a questo requisito si è rivelato impossibile. È scattata la trappola: un passaporto fittizio le appiccicava l'etichetta di “straniera” e si è ritrovata clandestina nel paese in cui era nata e cresciuta.

Per fortuna, la legge italiana impedisce l'espulsione di uno straniero che conviva con un parente (entro il quarto grado) cittadino italiano. È il caso di Ghina, che vive (o meglio viveva - prima dell'intervento dei rangers) con il nipote Alex, cittadino italiano. Ghina è inespellibile, ai sensi di legge. Eppure...



Lo Stato, che attraverso i suoi rappresentanti ci invita insistentemente al rispetto della legalità, a volte mostra di infischiarsene - delle proprie leggi. Un giorno di primavera di due anni fa, polizia e vigili urbani hanno prelevato Ghina dal container che le era stato assegnato. Insieme ad altri ragazzi – come lei nati e cresciuti in Italia – è stata rinchiusa nel Centro di Permanenza Temporanea di Ponte Galeria. Dopo qualche giorno, Ghina è stata scaricata dalle forze dell'ordine sulla pista dell'aeroporto di Belgrado. Malata, senza un centesimo in tasca.



Mentre portavano a termine la brillante operazione, i funzionari di polizia non hanno dato peso a un dettaglio. Ghina è una ragazza madre, sul suo passaporto era registrata la figlia Jessica, di quattro anni. L'espulsione ha separato Jessica dalla madre, e la bimba è rimasta sola, in Italia.

Nessuno (fra le autorità dello Stato e gli innumerevoli operatori di cui dispone la Sua amministrazione, sig. Sindaco) si preoccupò di questo trascurabile particolare.

Per fortuna esistono i nonni. La madre di Ghina, seriamente malata, decise di prendersi cura della bambina.



Alcune persone (le stesse che i rangers hanno cacciato l'altro giorno dal campo, per non avere testimoni) denunciarono l'accaduto. La RAI si interessò alla questione, e in una trasmissione andata in onda in fascia di massimo ascolto, l'allora dirigente dell'Ufficio Stranieri della Questura di Roma, dott. Cardona, ammise che era stato compiuto un abuso, al quale andava posto rimedio. Intervenendo in diretta, l'Assessore alle politiche sociali del Comune di Roma, Raffaella Milano, promise a Ghina il sostegno e la solidarietà dell'Amministrazione comunale (la registrazione è a Sua disposizione, sig. Sindaco, se ritenesse opportuno ascoltarla).



Come spesso accade, l'attenzione dei media non è durata a lungo. Le promesse sono rimaste tali, e Ghina è rimasta in Serbia.

Alcuni mesi più tardi, incapace di reggere a un esilio ingiusto e all'ancor più ingiusta separazione dalla figlia, Ghina è rientrata in Italia, clandestinamente.



I due anni successivi sono stati un incubo costante. Viveva chiusa nel container, svegliandosi all'alba, con il terrore di un nuovo blitz della polizia e dei vigili urbani.

Poco più di un anno fa, i suoi amici le trovarono un avvocato. In questo modo fu possibile far ricorso in Cassazione contro l'espulsione del 2005, e oggi Ghina (che non ha precedenti penali ed è imputata di un unico reato, il rientro clandestino in Italia) è in attesa di giudizio.



Presentato il ricorso, Ghina si fece coraggio e provò a riprendere una parvenza di “vita normale”. Curava il proprio aspetto, usciva per il quartiere, si è trovata un fidanzato.

Il ragazzo di Ghina era giovane come lei. Anche lui rom, anche lui poverissimo. Anche lui clandestino in patria: nato in Francia da genitori di origine serba, e cresciuto a Roma, Paolo non era stato registrato all'anagrafe. Un altro “cittadino invisibile” dell'Europa di Shengen.



La primavera non porta fortuna a Ghina Marinkovic. Nel marzo di quest'anno, due anni esatti dopo il blitz che si era concluso con la deportazione di Ghina, Paolo è scomparso. I genitori lo hanno rivisto cadavere, all'Istituto di medicina legale del Verano, una decina di giorni più tardi.

Quella mattina, era apparso sui giornali un comunicato del garante dei Diritti delle Persone Private della Libertà del Comune di Roma, Gianfranco Spadaccia: «Un rumeno, detenuto nel carcere di Regina Coeli, è morto questa notte per cause imprecisate nell'ospedale Santo Spirito, dove era stato ricoverato con urgenza nell'estremo tentativo di salvarlo. Il cittadino rumeno, tossicodipendente, era detenuto per rapina, aveva numerosi precedenti penali ed era sotto osservazione psichiatrica per aver incendiato in passato la propria cella. Si trovava per questo in una cella dove era sorvegliato a vista».

In tutto questo, l'unica cosa vera è che Paolo, a Regina Coeli, lo conoscevano bene. Vi aveva trascorso alcuni anni, scontando un cumulo di condanne relative a una serie di piccoli furti commessi da minorenne. Lo conoscevano a tal punto da affidargli il ruolo di cuoco, nella cucina del carcere. E conoscevano perfettamente i suoi problemi di salute, visto che, durante la detenzione, era stato più volte operato per la grave patologia che lo affliggeva dalla nascita e che lo ha costretto a oltre 20 interventi chirurgici, per regolare la valvola e il catetere che collegavano il suo cervello ai reni.

Allo stesso modo, non era un mistero l'origine di Paolo. Il magistrato che dispone l'autopsia scrive a chiare lettere che Paolo è nato in Francia, 26 anni fa.

L'autopsia fu effettuata in fretta e furia, senza aspettare che venisse notificato ai genitori il diritto di nominare un perito di fiducia, e il corpo di Paolo fu inumato a Prima Porta a tempo di record. Salvo poi scoprire, alcuni giorni dopo, che sulla lapide qualcuno aveva cambiato la data della morte, anticipandola di un giorno.

Fra le tante balle date in pasto al pubblico attraverso il comunicato del garante, c'è anche il fatto che Paolo sarebbe “morto per cause imprecisate nell'ospedale Santo Spirito”.

I referti parlano chiaro: al S. Spirito, Paolo è giunto cadavere. Quell'imprecisione sull'ora del decesso (e sulla data della morte, avvenuta il giorno prima di quello dichiarato ai parenti) pare fatta apposta per sviare l'attenzione da eventuali responsabilità istituzionali nella vicenda.



In tutto questo, non è chiaro il ruolo del garante dei Diritti delle Persone Private della Libertà del Comune di Roma. Non c'è stata, infatti, nessuna rettifica del vergognoso comunicato iniziale, e nessuno sforzo - a quanto è dato sapere - per chiarire le ragioni che avevano indotto le autorità carcerarie a fornire al garante informazioni fuorvianti. Eppure, su iniziativa degli amici di Ghina, la stampa aveva sollevato la questione della strana fine di un detenuto “invisibile” - espropriato, anche da morto, del diritto a un'identità riconosciuta.



Qualche mese fa incontrai nuovamente l'assessore Raffaella Milano. Fu all'Università, in un'assemblea a cui partecipavo insieme ad altri amici di Ghina. Oltre a richiamare l'attenzione dell'assessore sulle singolari circostanze della morte di Paolo Jovanovic, le consegnammo un dossier sulla situazione di Ghina. Ci rispose sorridendo. Vedremo cosa possiamo fare.

Il 30 ottobre abbiamo visto cosa potete fare.



Signor Sindaco, una delle foto che Le allego ritrae una ruspa che distrugge il container di Ghina. Quando uscirà dall'ospedale, questa ragazza non avrà più un tetto che la ripari. Inoltre, dal momento che la ruspa ha raso al suolo anche il container del nipote Alex, Ghina non potrà far appello alla sua condizione di convivente con un congiunto italiano, al fine di ottenere un permesso di soggiorno.



Quella ruspa, che ho incrociato mentre mi cacciavano dal campo, quella ruspa che avanzava scortata da individui in uniforme in atteggiamento ilare e scherzoso, mi ha richiamato alla mente una fotografia scattata 65 anni fa, in un villaggio jugoslavo. Due militari italiani ridono, mettendosi in posa davanti a una casa appena data alle fiamme. All'epoca, per questo genere di rituali, si usava il fuoco. Oggi – Sharon docet – si preferisce il bulldozer.



Sebbene non possa vantare altrettanta esperienza, nel campo della semeiotica fascista, di quella del capo dei rangers del Comune di Roma, mi pare indubbio che fra i numerosi semi di intolleranza che si stanno allegramente spargendo in questi giorni vada annoverata la distruzione esemplare del container di Ghina. Che bisogno c'era di accanirsi su una ragazza malata e indifesa, i cui diritti di cittadinanza non sono riconosciuti, i cui diritti umani vengono sistematicamente calpestati?



Non La conosco personalmente, sig. Sindaco. Non ho ragione di mettere in dubbio la Sua correttezza e la Sua sensibilità. Mi tornano in mente le parole di un grande artista, Roberto Benigni, mentre dichiara che l'idea del film “La vita è bella” è stata “del suo amico Walter Veltroni”. Accadeva qualche anno fa.



Oggi, la crescita esponenziale delle ambizioni politiche del medesimo Walter Veltroni si accompagna alle decine e decine di sgomberi e deportazioni di rom che si succedono a Roma. Dal Campidoglio, si teorizza tranquillamente che “i rom devono essere spostati al di fuori del raccordo anulare”. Inoltre, il medesimo Walter Veltroni rivendica, il giorno in cui viene spianato il container di Ghina, “tutta la responsabilità, storica, morale e politica” per quell'azione. Che gli ultracorpi siano davvero calati in città?



Sig. Sindaco, non è bello vivere sapendo che per le strade si aggirano squadre di rangers che si sostituiscono alle forze dell'ordine e alla magistratura e, agendo in Suo nome, comminano punizioni esemplari a persone che non sono state condannate per alcun reato.



A proposito di reati, qualche illegalità mi pare sia stata commessa, il 30 ottobre. A parte le automobili sequestrate perché non avevano il contrassegno di assicurazione (ma non erano posteggiate in un “luogo chiuso”, dove non si può circolare?), le ruspe del Comune hanno distrutto oggetti, documenti, effetti personali di alcuni abitanti del campo (allego alcune foto che lo comprovano).

Sono stati spianati diversi container, senza altra motivazione che “dare un esempio”. Quei container erano in buone condizioni. Ammesso (e non concesso) che i legittimi assegnatari fossero indegni di occuparli, potevano essere usati per ospitare altre famiglie rom (funzionari e operatori del Comune sanno bene che, a causa del naturale incremento demografico e dell'indisponibilità di altre soluzioni abitative, i container di via dei Gordiani sono cronicamente sovraffollati). Oltretutto, acquistare e installare i container comportò una spesa considerevole; allo scopo di “mostrare i muscoli”, i rangers hanno arrecato un danno cospicuo al pubblico demanio.

Mi è stato riferito che un ragazzo, a malapena maggiorenne, in precarie condizioni di salute (un anno fa precipitò dal terzo piano di un edificio, entrò in coma e venne operato alla testa), sarebbe stato malmenato nel corso dell'operazione.

Infine, sono stati violati i diritti dell'infanzia (Le allego le foto dei libri di scuola di Alex Amati fra le macerie del container in cui abitava).



A quanto pare, il 30 ottobre in via dei Gordiani è stata infranta in più punti la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. Nello specifico, mi pare incontestabile che la persecuzione reiterata e continuata nei confronti di Ghina Marinkovic configuri un'esplicita violazione dell'art.3 della Convenzione, che vieta di sottoporre le persone “a trattamento disumano e degradante”.



Sig. Sindaco, come cittadino indignato per questi fatti, e come testimone dell'accaduto, mi permetto di ricordarLe che è Suo dovere istituzionale intervenire con tempestività affinché le responsabilità vengano accertate, gli eventuali colpevoli puniti e i danni (materiali e morali) adeguatamente risarciti.



RingraziandoLa per la cortese attenzione, Le porgo distinti saluti

Roberto Pignoni

Postato da: AleKorra a 16:18 | link | commenti

domenica, 01 aprile 2007

110 & lode!!!

... solo 5 anni fa, io stesso, non ci avrei scommesso un centesimo (già allora di euro)...

un sentito ringraziamento a tutti coloro che figurano come pezzo inscindibile di questa gran bella avventura...grazie!

PAROLE SUL CAMPO...

Ma, perché proprio gli zingari? È la domanda che spesso in questi mesi di ricerca mi ha rivolto con tanta meraviglia ogni sorta d’interlocutore con cui chiacchieravo a proposito del mio lavoro di tesi. Lo stupore si poteva trasformare poi, in un sordo compatimento o in ascolto attivo, a seconda anche delle mie capacità argomentative a riguardo, attitudine che ho parzialmente acquisito solo col tempo, nel corso della ricerca.
Il mito dello zingaro ladro, pericoloso e sporco, il fuori casta della società occidentale, è l’immagine nella quale mi sono imbattuto più frequentemente, rappresentando anche per me stesso il punto di partenza. Ho sempre provato una certa indifferenza/diffidenza per qualsiasi persona che riportava anche solo lontanamente i tratti essenziali di questa figura, e in parte, queste sensazioni sono ancora presenti, avendo ben radicato nel mio pensiero il modello dello zingaro sporco, fannullone e rapitore di bambini; fino al tempo in cui si è verificato un momento di rottura, un punto di non ritorno, a partire dal quale queste certezze sono state messe drasticamente in discussione.
Una discontinuità provocata da un incontro ravvicinato avvenuto qualche anno fa tra me e “Loro”, gli zingari di Romania; in quella terra tra i Balcani orientali e i monti Carpazi costellata da casupole di paglia e fango costruite ai bordi di paesi e grandi centri urbani. Sub-villaggi rurali abitati da un’infinità di bambini, intere famiglie stipate in pochi metri quadri, liberati dalla schiavitù da poco più di un secolo, scampati al regime di Ceausescu e sopravviventi alla transizione post-comunista in atto.
Mi trovavo con un gruppetto di amici in un’estate arida e poco accogliente a fare un servizio di volontariato internazionale a minori provenienti da situazioni di fragilità sociale, alimentati da forti legami e passione cercavamo di renderci utili per quelle che sono le nostre capacità alla richiesta di bisogno che ci era pervenuta dal luogo che ci aveva accolto. Abbiamo incontrato decine di bambini alcuni dei quali accompagnati dai rispettivi genitori: giochi, canti, balli, la semplicità di passare serenamente del tempo insieme con chi, forse, si era dimenticato di questa opportunità perché assediato da problemi più grandi di lui. Destabilizzanti irruzioni si verificavano con una certa continuità nella nostra quotidianità: “Loro”, gli “Altri”, quasi sempre più poveri dei poveri, li chiamano “randagi”, sono i rom rumeni, quelli con cui nessuno vorrebbe avere a che fare, quelli che in molti non vorrebbero nemmeno vedere, ma quelli che continuano a esistere.
L’istantanea catturata dallo sguardo è forte, suscita pietà e compassione per un tempo determinato ed effimero, durante il quale ti fermi, scambi qualche parola provando una grandiosa superiorità e potenza di fronte a tanta miseria e discriminazione, anche questo è potere.
Sorgono i primi grandi interrogativi: tutto ciò non può essere l’essenziale risultato di una scelta di vita. Una persona non può decidere di vivere tra fango ed escrementi l’intera esistenza, non può non avere ambizioni d’uscita da una tale situazione. Non trovo spiegazioni, la complessità prende forma in un complesso intrigo di interrogativi, il mio agire rimane limitato e limitante al restare con loro, attraverso il gioco in uno spazio ludico che non si esime dal produrre situazioni di radicale rifiuto tra bambini rom e non rom.
La mia quotidianità riprende la routine di sempre, arricchita da un’insaziabile voglia di ricerca. In poco tempo mi accorgo che certe situazioni di miseria e o discriminazione si verificano abbondantemente anche a pochi chilometri da casa mia, Cremona, e poi Milano, Bologna e ancora più lontano: Torino, Roma, Napoli; situazioni diverse ma con tratti comuni. Le cronache riportano numerose notizie che fino a poco tempo prima non attiravano in me alcuna attenzione: furti, rapine, incendi, sgomberi forzati etc.

...

Postato da: AleKorra a 01:56 | link | commenti (2)

lunedì, 05 marzo 2007

A BREVE, PAROLE SUL CAMPO...

Postato da: AleKorra a 16:26 | link | commenti

giovedì, 01 marzo 2007

Le sette regole dell' arte di ascoltare

di Marianella Sclavi

1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca.

2. Quel che vedi dipende dalla prospettiva in cui ti trovi. Per riuscire a vedere la tua prospettiva, devi cambiare prospettiva.

3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a capire come e perché.

4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi. Il loro codice è relazionale e analogico.

5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti perché incongruenti con le proprie certezze.

6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti.

7. Per divenire esperto nell'arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare, l'umorismo viene da sè.

Postato da: AleKorra a 14:30 | link | commenti (1)

lunedì, 26 febbraio 2007

...GOING THERE IS HALF OF THE FUN...

Postato da: AleKorra a 09:57 | link | commenti

domenica, 25 febbraio 2007

"HO VISTO POCHE DONNE COSì BELLE E ATTRAENTI E MAI NE HO VISTE DI PIù FRESCHE E BIANCHE. LA SUA PELLE ERA UN SATIN DI FOGLIE DI ROSE. IL SUO ALITO ERA QUALCOSA DI PROFUMATO CHE RENDEVA I BACI MOLTO SOAVI. AVEVA IL PETTO MERAVIGLIOSAMENTE FORMATO E I DUE GLOBI DA CUI ERA SORMONTATO, ORNATI DI DUE PERLE DI CORALLO, AVEVANO LA DUREZZA DEL MARMO...IO TROVAVO A CONTEMPLARLA UN PIACERE CHE NON SAPREI DIRE E NELLA MIA FELICITà MI SENTIVO INFELICE DI NON POTER BASTARE A TUTTI I DESIDERI..." - (G. D'Annunzio).

Postato da: AleKorra a 10:29 | link | commenti

sabato, 24 febbraio 2007

PARTIRE LEGGERI, VIAGGIARE CON LENTEZZA

Lode alla bicicletta

scritto a quattro mani (e due ruote) da G.C. e P.R.

La notte prima: È sempre difficile iniziare; parto senza allenamento, non so nemmeno cosa sia un rapporto 17x24, non ho mai pedalato per più di trenta chilometri in vita mia. Sono pazzo, non ce la farò. Mille pensieri, mille alibi pur di non fare quel primo passo.

Ma perché lo faccio? “tieni bene a mente, G.- aveva detto un giorno quel signore fissandomi con i suoi piccoli occhi azzurri- è vietato morire senza aver fatto un grande viaggio che ti metta in discussione. Sarà faticoso, sarà doloroso ma ne trarrai immensi benefici: fisici, mentali e spirituali”. E io ho detto di sì. Ma non so se domani riuscirò ad alzarmi dal letto.

Ho studiato le carte al centimetro, eppure di notte i chilometri che mi separano dalla meta paiono una muraglia invalicabile ed infinita. Mi alzo a controllare le sacche. Spazzolino, borraccia, quadernino, cerotti, carte geografiche, magliette, documenti, soldi e un piccolo crocefisso appartenuto ad una lontana parente.
Primo giorno: Ultimo dubbio: prendere o non prendere il telefonino. Poi tagliamo corto: siamo uomini o commercialisti?

Esco nel freddo del mattino, l’ appuntamento è in Piazza del Duomo alle 5.00. So che se non partissi dalla porta di casa non sarebbe lo stesso; solo così riesco a sentire che le distanze non sono che una serie di piccoli passi. Prima sensazione inedita di questo viaggio: Cremona è subito lontana e la meta già pare vicinissima.

Non è una fuga da noi stessi, non abbiamo paura ‘perderci nel viaggio’ nonostante sia a tutti e due ben presente la frase detta ai pellegrini che partivano per la Terra Santa nel Medioevo ‘qui multum peregrinantur raro santificantur’ cioè coloro che viaggiano troppo rischiano di perdere il senso della religione rivelata. Credo che tutti i viaggi siano un piccolo pellegrinaggio perché servono a metterci in discussione, farci delle domande su noi stessi attraverso l’ incontro con gli altri.

Al primo colpo di pedali si insinua in noi una leggerezza nuova. L’ansia evapora, la fretta pure. Ce la faremo, bastano pochi metri per capirlo. La condizione non c’è? Chi se ne frega; verrà.

Secondo giorno: Il mattino svela un altro paradosso della bicicletta: il peso delle sacche rende leggeri. Scatta un’ equazione nuova: peso= autonomia= libertà= leggerezza. Asciugamano, spazzolino e dentifricio, due pentole e un forellino da campo, tenda e sacco a pelo. Ci si porta appresso solo lo stretto indispensabile, stipato in piccole borse appese alla bicicletta. Questo ti dona uno straordinario senso di affrancamento dalle cose inutili. Portarsi tutto, disfare la sera e rifare al mattino, è il rito nomadico che rende irreversibile il distacco da casa. Ma non puoi capirlo, se il viaggio dura un giorno solo.
Non c’è bisogno di andare lontano, in paesi esotici; l’ importante per un giovane è staccarsi dalla famiglia, non uscire da un nido per entrare in una serra riscaldata. Deve provare un po’ cos’è il vento forte.

Quarto giorno: Ogni giornata porta con sé una rivelazione. Oggi, scollinando, abbiamo scoperto la discesa; siamo risucchiati in un tunnel pieno di vento, la velocità aumenta, la temperatura scende. In sequenza rapidissima e successione altimetrica il naso intercetta uno dopo l’altro fieno, sottobosco, rugiada, polvere, vigne sotto il sole, biossido di carbonio all’ ingresso del villaggio. Tutti i sensi sono aperti, il viaggio prima di essere una raccolta di immagini è una collezione di suoni e odori; è un’esperienza uditiva e olfattiva prima che ottica. Impossibile capirlo per chi si muove dentro una scatola a quattro ruote.
Dalla prima pedalata il corpo e la mente percepiscono i benefici della lentezza, una dimensione che l’ Occidente ha smarrito da tempo. Le persone corrono sempre, non vedono più nulla. Dio sa come siamo potuti essere un popolo di navigatori ed esploratori. All’ italiano medio il viaggio lento fa ridere. È diventato roba da tedeschi.
Si scherza su Aristotele. Se l’uomo è unione di corpo e mente la bici è la sua apoteosi, perché, in bici, corpo e mente vanno alla stessa andatura. Inoltre i pensieri di un uomo in cammino sono molto più belli di quelli di uno sedentario. L’andatura è scrittura. Un uomo che cammina, che va in modo ritmico, esprime spontaneamente un pensiero endecasillabo o dodecasillabo, non dico in rima, ma il suo andare gli fa scrivere quasi in poesia.
Tutto, in un viaggio lento, si riempie di simboli: la salita è pazienza, il bivio è scelta, il rettifilo introspezione.

Settimo giorno: viaggiare con lentezza implica un bassissimo uso di energia, fondamentale per un mondo condannato a finire perché fondato sullo sfruttamento di risorse non rinnovabili. In bicicletta non sei costretto a dipendere da chi ti fornisce energia e colludere, così, con tutte le ingiustizie che ci stanno dietro. La lentezza insegna che si può perdere tempo: quando un luogo è buono, ti dà qualcosa, scendi dalla bicicletta e ci rimani un po’.
Il mondo veloce, oltre a sprecare risorse, riduce le relazioni a zero: la macchina ci ha rovinato la vita. In bicicletta ogni giorno incontri altre persone, le conosci, impari a non temere l’altro. Per esempio oggi abbiamo attraversiamo i Balcani, questo luogo del demonio sul quale avevamo vomitato dalla nostra base di Aviano migliaia di bombe; nonostante ciò quando ci vedono passare gridano ‘Viva l’Italia’ e i camionisti si sbracciano per salutaci. Il viaggio ha smantellato il grande mito della diversità, che il male è sempre qualcosa che viene da fuori e da qualcun altro. In barba allo scontro di civiltà, non troviamo mai il confine tra l’una e l’altra. Ogni giorno ci facciamo la barba, ci prepariamo per la colazione e ci domandiamo: ’Quando incontreremo alien? Quando incontreremo l’uomo con il quale non siamo più in grado di avere qualcosa in comune e di comunicare? Non l’abbiamo ancora trovato. Il viaggio diventa così una rivolta contro i luoghi comuni; la leggerezza si percepisce meglio nel momento in cui, dopo una piacevole chiacchierata con un perfetto estraneo, abbandoniamo pregiudizi, paure, luoghi comuni.
Questo aspetto, per il giovane, si coniuga perfettamente con un altro: nel viaggio non solo impara cose nuove ma si accorge che tutte le nozioni apprese sui libri non sono stupidaggini, fa un collegamento tra la sua esperienza personale e quello che ha appena studiato.

Undicesimo giorno: è da parecchio tempo che non vediamo visi famigliari, iniziamo a sentire la lontananza da casa. Avvisiamo il giovane in partenza: soffrirai di nostalgia e la sera, quando andrai a dormire, qualche volta si siederà vicino a te una donna vestita di nero che ti farà venir voglia di tornare a casa. Sarà doloroso, ma è uno degli ammaestramenti del viaggio: capire ciò che veramente conta, discernere quali sono i bisogni reali da quelli indotti dalla società consumistica.

Al ritorno: Al ritorno dal viaggio vengo avvertito che un amico caro è gravemente ammalato. Sono andato all’ ospedale, mi sono messo vicino a lui e ho cominciato a raccontargli le cose che avevo visto nel lungo itineratio in bicicletta appena terminato. Il lenimento che gli ha dato il racconto del viaggio concepito come andatura è stato immediato, un effetto terapeutico, non solo nei suoi confronti, ma anche nei miei. Da allora tutte le volte che rientro da un viaggio non vedo l’ora di correre in ospedale per raccontare. Come si spiega? È stato ritrovare la forza della parola non accompagnata da orpelli. Mi stupisco sempre nello scoprire quanto incantamento c’è nella parola detta, nella parola tramandata. Mi chiedo se la forza del racconto non nasca nell’uomo da millenni di cammino, se il narrare non nasca dall’ andare. E se il nostro mondo abbia disimparato a raccontare semplicemente perché non viaggia più.

L'inquietudine di Dio
Questo percorso di ricerca interiore, tutta umana, a partire dai fatti di ogni giorno, è per il cristiano la necessaria ricerca di Dio. La ricerca di Dio del discepolo non può svolgersi né fuori né a prescindere, ma dentro questo cammino verso una umanità intensa e piena. Questa è il senso del nostro viaggiare. E se questa è la nostra visione, nessuno ci è straniero.
Soffermarsi a riflettere a fondo sulla vita, divenire sempre più consapevoli di essa, impegnati a comprenderla, a narrarla, a spiegarla... è un modo per non prescindere da essa nella nostra esperienza di fede.
E' al fondo della propria coscienza creaturale che il cristiano, che ogni uomo, in modo spesso quasi indecifrabile, scopre dentro di sé l'inquietudine di Dio.


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venerdì, 23 febbraio 2007

PER DAR SPAZIO AL PLURALISMO VITALE
E VIVIFICANTE OCCORRERA' SEMPRE PIU'
IMPARARE L'ARTE DELL'ASCOLTO.
NON SI TRATTA DI CERCARE NELL'ALTRO
CIO' CHE VI E' DI PIU' SIMILE A ME
E AL MIO AMBITO RELIGIOSO O CULTURALE
BENSI' DI COGLIERE L'ALTRO
E DI ACCOGLIERNE L'ALTERITA'
(Enzo Bianchi)

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mercoledì, 17 gennaio 2007

LE CITTà INVISIBILI

Ricercare il senso di essere cittadini
Riflettere sul tema della cittadinanza, dell’abitare uno spazio condiviso, rappresenta forse una delle operazioni più diffuse nel nostro panorama culturale, artistico e letterario. Tutti i grandi pensatori, filosofi e sociologi, ma anche antropologi e teologi, si sono accostati almeno una volta a questa tematica nel tentativo di trovare un significato all’essere cittadini. Quali sono le carte in gioco nel concetto di cittadinanza? C’è identificazione o discordanza tra l’Io come uomo e l’Io come cittadino? Il fenomeno dell’abitare ha o non ha a che fare con la fede? Domande profonde cui è difficile dare risposta, ma la posta in gioco è troppo alta per non tentare almeno di intraprendere un percorso di ricerca. La realizzazione di sé, infatti, passa attraverso l’accettazione del nostro corpo e della nostra storia, ma anche della nostra polis, intesa come territorio d’origine, luogo in cui si è nati, significato dell’abitare.

La città: luogo di costruzione del sé
Lo spazio e il tempo definiscono le coordinate principali in cui si muove e cresce la persona umana. Il territorio non è semplicemente una componente topografica della vita, è il contesto in cui si intrecciano linguaggi e persone. Uno spazio può essere abitato o semplicemente attraversato; può essere terra ospitale o suolo ostile e straniero; può essere coltivato o calpestato. Un luogo è specchio di chi lo occupa. Nello spazio passano persone che crescono. La città, in quanto luogo moderno per eccellenza, è il contesto più significativo in cui ognuno costruisce la propria identità, si rapporta agli altri e procede nel cammino di realizzazione del sé. Come lo spazio rappresenta la materia prima per le varie biografie, così l’elemento biografico contribuisce ad umanizzare lo spazio. Rendere i luoghi territori domestici, limitare gli ‘spazi di nessuno’, coltivare esperienze significative in contesti altrettanto significativi, contribuiscono a far diventare la città un territorio familiare.

Non un ‘io’, ma un ‘tu’
L’uomo è per natura un essere sociale. E’un’entità composita fatta di corpo e spirito, di comunità, di polis. Il senso che ha di se stesso deriva essenzialmente dal significato di ciò che fa per gli altri. Il discorso, che sia ben inteso, non è di natura etica o morale, non ha a che fare con il dovere, ma con l’essenza dell’uomo, con la sua felicità. L’identità della persona umana è un’identità complessiva, non individuale. Noi siamo anzitutto un tu, non siamo un io. Esistiamo e ci costruiamo perché siamo in relazione con gli altri, perché gli altri ci riconoscono. La cifra di tutta la nostra vita è una cifra relazionale, non personale. Fare esperienza degli altri e della storia vuol dire fidarsi, mettersi in gioco completamente. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma la paura di abbandonarsi, di riconoscersi come tu.

Città: sogni, paure e domande
Marco intanto continuava a riferire del suo viaggio, ma l’imperatore non lo stava più a sentire, lo interrompeva:
- D’ora in avanti sarò io a descrivere le città e tu verificherai se esistono e se sono come io le ho pensate. Comincerò a chiederti di una città a scale, esposta a scirocco, su un golfo a mezzaluna.
- Sire, eri distratto. Di questa città appunto ti stavo raccontando quando mi hai interrotto.
- La conosci? Dov’è? Qual è il suo nome?
- Non ha nome né luogo. Ti ripeto la ragione per cui la descrivevo: dal numero delle città immaginabili occorre escludere quelle i cui elementi si sommano senza un filo che li connetta, senza una regola interna, una prospettiva, un discorso. E’ delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato, ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra.
- Io non ho né desideri né paure – dichiarò il Kan -, e i miei sogni sono composti dalla mente o dal caso.
- Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.
- O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere, come Tebe per bocca della Sfinge.
Nel libro Le città invisibili, Calvino descrive per bocca di Marco Polo una serie infinita di città inventate, cercando di fornire non un’idea atemporale di città, ma le basi per una discussione sulla città moderna. Che cosa è oggi la città per noi? «Le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi».

La paura della città moderna
Il nostro è un tempo di crisi. Con la fine dello Stato-nazione e il tramonto delle autorità morali, siamo caduti nel vortice dell’individualismo. L’uomo oggi vive nell’isolamento, non si riconosce come essere in relazione, ma solo come Io separato dal tu. Ciò comporta situazioni affettive instabili, contesti non più riconoscibili, precarietà, flessibilità, insicurezza. Non si tratta di dati soltanto individuali. Questi sono sintomi che attraversano tutti i sistemi della nostra società: le organizzazioni, le aziende, i partiti, le istituzioni classiche. Mai come oggi il mondo ha elaborato il potere di autodistruggersi. Nel nostro tempo, la potenzialità generativa dell’uomo è stata volgarizzata, stravolta, piegata a delle leggi che non sono più quelle delle bene collettivo. Manca il processo di elaborazione di un sogno comune per il nostro ben-essere, che è tutt’altro rispetto al ben-avere. La felicità di oggi è una felicità di plastica, il risultato di una partita giocata da altri.

La storia siamo noi
Prendere coscienza delle paure della società moderna è il primo passo verso un cambiamento. Dire che la storia siamo noi, significa avere la consapevolezza del fatto che ognuno è chiamato a partecipare al progetto comune. Adesso e in questo luogo. Nessuno può disegnare le cose al posto nostro, il futuro è nelle nostre mani. E’ un grido di speranza: la vita bisogna giocarsela nella sua globalità, senza risparmiarsi. Non si può rimanere indietro. Dobbiamo impegnarci ad essere memoria per qualcuno, come qualcuno lo è stato per noi. E’ questione di responsabilità verso gli altri, ma soprattutto verso noi stessi, non per un’eternità del domani, ma per l’eternità dell’oggi. La proposta allora non è quella di maledire la crisi, ma di benedirla. «Dire bene è immaginare, sentire, pensare che io, noi, voi, gli altri abbiamo un senso. Avere un senso, cioè significare possibilità. Avere qualcosa da dire. Bene-dire vuol dire che questo ha a che fare con il tuo bene, la tua felicità, la tua vita. Che in questi cambiamenti tu ci sei, non ti alieni. E una persona non si aliena se non dimentica le sue radici, senza avere preoccupazione del passato; ma anche se dalla radice risale fin su alle foglie e ai frutti nuovi, senza avere l’ossessione del futuro. Esprimere intenzionalmente partendo dalle radici qualcosa di nuovo. Questo è il nostro tempo, il kairòs».

La politica: questione di essere, non di fare
Nell’ottica di un orizzonte comune da progettare, l’attività politica di una persona non può limitarsi alla “X” sulla scheda elettorale o alla tessera di partito. Il fatto stesso di essere cittadini, di abitare un luogo, comporta il fare politica. Tutte le scelte che noi facciamo sono scelte politiche. Ognuno di noi non è solo creatura del mondo, ma ne è anche e soprattutto creatore. Politica è essere generatori di vita, ricercare relazioni nuove, combattere i fantasmi della città moderna. L’urlo disperato che ci chiama non pretende gesti eroici, ma scelte coerenti nella vita quotidiana. Fare delle piccole cose, ma farle standoci dentro. Scommettere sulla salvezza, costruire un’opera d’arte. In gioco ci sono la nostra dignità e la nostra libertà. Se non siamo noi generatori di politica, non solo mancherà un pezzo alla storia collettiva, ma saremo condannati a vivere delle scelte prese da altri. Creare spazi comuni aiuta a sentirsi vivi, ad essere cittadini della propria città e soprattutto cittadini di se stessi.

La città di Dio in mezzo a noi
“E l’eterno Iddio formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente” (Gen.2,7). Quando Dio ha pensato all’uomo, l’ha voluto sulla terra. Una terra che l’uomo deve abitare e coltivare secondo i desideri di Dio. Il luogo in cui abitiamo, dunque, è la parte del mondo amata da Dio che ci è stata affidata. La presenza di Dio sulla terra passa attraverso quello spazio che noi abbiamo tra le mani e che ci è chiesto di far crescere. La città di Dio è qui, è nelle nostre relazioni. Non l’abbiamo creata noi, “magnifica corona nella mano del Signore, diadema regale nella palma del tuo Dio”(Is.62,3), ma siamo chiamati a riconoscerla. Farci partecipi del progetto di Dio sulla terra significa fare in modo che la città di Dio non sia più detta Abbandonata o Devastata. «Tu sarai chiamata ‘Mio compiacimento’ e la tua terra ‘Sposata’». Dio ha avvicinato ognuno di noi per sollecitarci a dargli una mano qui, con questa gente, tra queste case, in questa piazza. Dimenticarsi delle proprie origini significa dimenticare quel Dio che ci ha donato la salvezza a caro prezzo, attraverso la morte del Cristo. E noi ne siamo testimoni adesso, in questo tempo. Rinunciare a coltivare lo spazio vuol dire, anche, spezzare una catena: non consegnare a chi viene dopo di te qualcosa di meglio significa privarlo di qualcosa che altri, a fatica, ti hanno consegnato. Nessuno di noi ha il diritto di ostacolare la presenza di Dio tra gli uomini. Abitare pienamente uno spazio, nel senso di sentirlo dentro di noi, la favorisce. E’ questo il nostro dovere, per quello che ci è possibile.

Postato da: AleKorra a 07:38 | link | commenti

domenica, 14 gennaio 2007

Alieni...
Extra-terrestri...
Extra-comunitari...
Clandestini...
Irregolari...
Sans-papier...
Rifugiati...
Richiedenti asilo...
Immigrati...


- MIGRANTES -


-Persone -

- Uomini, donne e bambini... -


La sedentarietà non è che una breve parentesi nella storia dell'umanità. Nei momenti essenziali della sua avvenutra, l'uomo è rimasto affascinato dal nomadismo e sta ritornando viaggiatore.

(J.Attali, L'homme nomade)

Postato da: AleKorra a 15:13 | link | commenti